Oratorio
03/12/2017
FARE –CASA Una settimana da Dio

Introduzione

Invece di farmi una conferenza, mi ha detto: “Raccontami di te”. E mentre io raccontavo sentivo che lui mi capiva, che lui mi era amico, che con lui trovavo una strana pace, che mi sentivo più forte pur nelle mie tante fragilità. A scuola e altrove mi avrebbero aiutato a costruire piccoli progetti per piccole cose. Io cercavo invece qualcosa per la vita. A lui non chiedevo alcun vantaggio. Chiedevo, e lo sentivo che poi l’avrei chiesto per tutta la vita: “Dove devo andare per essere sempre la dove sei tu?”. Chiedevo di essere discepolo.

 

Obiettivo: La vita quotidiana è il luogo dove Dio si rivela e dove è realmente possibile vivere da discepoli.

 

  1.  Momento:

La domanda dei due discepoli a Gesù “Maestro dove dimori?” (Gv 1,38)

è:

  • la domanda di fare luce sulla loro quotidianità.
  • la richiesta di fare casa con Lui.
  • la scommessa di poter vivere trovando ragioni per l’oggi e speranza per domani.

A questo punto possiamo incominciare a chiederci: che cosa vuol dire “credere”?

 

  1. Momento: leggiamo dal Vangelo di Marco 1,21-39

21 Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. 22 Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. 23 Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: 24 «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». 25 E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». 26 E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27 Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 28 La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea. 29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. 32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

  • Quali sono gli incontri, le azioni, la preghiera, le attività, i discorsi ed i luoghi che emergono in questa “giornata tipo” di Gesù?
  • E la “nostra giornata tipo”?  La nostra “settimana tipo”? Come si compongono? Per ogni impegno è opportuno annotare chi/cosa/come/perché/dove.

 

  1. Momento:

La fede di Gesù e la fede in Gesù attraversa la ferialità, dove decide di diventare incarnazione cioè un evento pieno di senso e non una casella vuota riempita da qualcosa da fare.

La mediocrità della cronaca deve lasciare spazio alla biografia, una storia che viene scritta dagli e negli avvenimenti.

L’incontro con Dio avviene nella carne dell’umanità. Bisogna assumere fino in fondo la prospettiva dell’incarnazione come criterio per vivere la relazione con Dio e con l’umano.

 

  1. Momento:

L’umanità di Gesù è il modello dell’umanità realizzata che fa i conti anche con le contraddizioni. La fede è un rischio: si tratta di dare forma all’amore contro ogni forma di male.

Parlare di fede non significa parlare di Dio; la fede è un atto umano, umanissimo, che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida. Altro è Dio, altro è la fede in Dio. C’è una verità di Dio che va anzitutto onorata ed è quella che Agostino esprime con le parole: “Si comprehendis, non est Deus”, cioè, Dio non è circoscrivibile dai nostri concetti, dai nostri pensieri e dalle nostre parole. E’ l’umiltà la dimensione della fede cristiana, essa è costitutiva della fede nel Dio che si è rivelato nell’incarnazione, nell’abbassamento, fino alla morte, l’infame “morte di croce”. E’ il messaggio del “Servo del Signore” del profeta Isaia, è l’annuncio di un Dio che manifesta la sua potenza attraverso la debolezza e la morte cruenta. La fede cristiana chiede di amare il non amabile (il nemico), di sperare contro ogni speranza (la morte non ha l’ultima parola), di credere l’incredibile (Dio invisibile e addirittura fatto uomo, uomo Gesù, e per di più crocifisso). La fede cristiana, quindi, è un rischio, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea ad una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca; la fede, non rimuove l’enigma né rende tutto trasparente. E’ indubbio, che la fede suscita una sicurezza, una certezza, ma questa non è dello stesso ordine della sicurezza razionale o filosofica: non si tratterà di una sicurezza acquisita a partire da se stessi o al termine dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da sé, anzi, nella sua promessa. L’espressione paolina “io so in chi ho messo la mia fiducia” mostra che la certezza della fede è tutta interna al rischio della fede, al suo essere un’uscita da sé per affidarsi a Dio. Senza questa dimensione, la fede viene soffocata in una sorta di “sistema assicurativo” e perde la propria vitalità, il proprio carattere di novità, proprio perché troppo ingessata nelle proprie certezze da difendere o da imporre ad ogni costo. Senza una reale dimensione di rischio, di provvisorietà, di precarietà, fidarsi di Dio diventa solo un gioco di parole. Vorrei insistere sul fatto che la fede cristiana è fede nella risurrezione, non nell’immortalità: essa attraversa tutta la tragicità della morte, per questo la fede è atto di libertà. In essa, la dimensione dell’affidamento, costitutiva della fede, è dimensione antropologica, cioè dell’uomo in quanto tale. Si può certamente vivere senza una fede religiosa, ma non senza una qualche forma d’affidamento, per questo, il credere è un dato esistenziale dell’essere umano; essa mi riporta alla mia verità personale, che coincide con la mia unicità e con la mia povertà radicale. Dobbiamo ricordare anche che il Dio cristiano non vuole essere subìto, ma cercato, amato liberamente, creduto, desiderato. Il Dio Creatore ha sottoposto la propria libertà alla limitazione costituita dalla libertà della sua creatura, l’uomo, perciò, la fede si colloca nel registro della libertà e non della necessità. Si può anche intendere la fede come cammino di senso, cioè come innestata nell’umano, come capace di orientare, di portare a pieno sviluppo ciò che vi è di più autentico nell’uomo. Non si tratta solo di cogliere l’utilità della fede mettendola al servizio del bisogno dell’uomo, ma di vedere il tipo d’umanità realizzata e vissuta da Cristo come il fondo più vero dell’umano. Colta così, la fede è una continua lotta, è un costante sforzo di purificazione delle immagini di Dio che essa veicola, è un dinamismo incessante che obbliga il credente ad una salutare inquietudine: la fede trova la sua norma regolante nel Cristo. Ed è chiaro che anche per il credente, la fede non è acquisita una volta per sempre, egli infatti può pervertire la propria fede, può perdere la fede. Un’ultima riflessione la colgo da una frase di Simone Weil: “Non è dal modo in cui un uomo mi parla di Dio che io vedo se ha abitato nel fuoco dell’amore divino, ma dal modo in cui mi parla delle cose terrestri”. Ne consegue che la verità della fede la si misura sulla verità e sulla bellezza della vita che suscita. La narrazione del volto di Dio è delegata ai credenti, chiamati a null’altro se non alla santità ad essere un riflesso della vita di Cristo. Una vita che è stata anche bella, buona e felice, che ha trovato e indicato il suo senso radicale nella donazione di sé. I Vangeli, sono lì a mostrarlo. Si tratta di vivere una vita bella, dove il termine designa la qualità delle relazioni sia con Dio che con gli uomini, con le realtà terrene e le creature tutte: la fede, infatti, è questione di relazioni, è narrare che vale la pena vivere e morire per Cristo.

Enzo Bianchi

 

Segniamo sul nostro planning un + sugli impegni che richiedono più fede, più forza.

Preghiera dei giovani - Sinodo 2018

Signore Gesù, la tua Chiesa volge lo sguardo ai giovani.
Oso dirti che vorrei prendere sul serio la mia vita
e che ci terrei molto ad avere un cuore libero.

 

La lotta per non cedere alle semplici comodità
e per mirare a cose più vere e profonde mi costa, ma mi rende felice.
Vorrei una felicità autentica, aperta ai grandi sogni

e mai tenuta solo per me.
 

Ti chiedo di essermi vicino, di farmi forte nella tentazione.

Guardo alla vicenda del discepolo amato
e alla sua sete di verità che è anche la mia.
Signore, ti prometto che ci proverò sul serio.
Chiarirò a me stesso da dove nasce questa mia sete.

Sarò anch’io sotto la Croce.
Sarò anch’io in mezzo al mare dove tutti dicono
che non si pesca nulla in questa notte nera.
 

Signore, piacerebbe anche a me urlare a tutto il mondo,
riferendomi a te che ci vieni incontro sulle acque: “E’ il Signore!”.

Infine vorrei tanto ospitare tua Madre,
come ha fatto Giovanni, ricevendola in dono da Te.
 

Signore, per questi miei propositi e per l’amore che mi lega a Te,
mio e nostro Salvatore, ti prego: ascoltami!



Parrocchia S.Maurizio di Vedano Olona - email: vedanoolona@chiesadimilano.it

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